Innovazione e protezione: vale la pena?

Contributo di Stefano Vatti - Partner di Fumero Consulenza Brevetti

Innovazione è un termine che oggi compare – talvolta anche impropriamente – assai spesso, sia nel mondo dell’impresa che nel mondo del commercio. Diverse sono le declinazioni che subisce a seconda di chi lo utilizza, e delle sue ragioni, ma sostanzialmente può essere considerato lo sviluppo di nuove idee, che siano in grado di fornire maggiori margini di reddito.
Spesso, l’ingresso sul mercato di una soluzione innovativa determina l’interesse dei concorrenti che – per riportare il mercato alla situazione di (sia pur instabile) equilibrio precedente – mirano a imitarla, così da ridurre il vantaggio ottenuto.
Naturalmente, chi innova ha di norma dovuto investire in termini di risorse economiche ed umane perché l’innovazione possa portare valore aggiunto per se stesso, e pertanto desidera poter avere la certezza di rientrare nell’investimento sostenuto prima che la concorrenza possa approfittare del suo sforzo, mutuandolo nei propri processi produttivi.
A questo scopo, già in tempi antichi, il legislatore ha considerato opportuno definire le condizioni perché chi innova possa disporre di un monopolio, ovvero possa essere l’unico a fare uso di ciò che viene considerato effettivamente innovativo. Dato che l’innovazione è per sua natura difficile da definire (e delimitare), la norma si è evoluta nel tempo, con varie aperture e chiusure, al fine di garantire il difficile equilibrio tra diritto all’esclusiva e diritto della concorrenza.
Oggi, svariate sono le forme di protezione che possono dare il necessario supporto all’imprenditore, tanto che in diversi casi diventa necessaria una valutazione strategica di quale sia la forma più adeguata agli scopi prefissi, sulla base sia dei mercati di interesse che del ritorno che si vuole ottenere. Gli strumenti di tutela della proprietà intellettuale infatti devono essere considerati come strumenti a disposizione dell’imprenditore, che ha la facoltà di usare o non usare contro gli altri, a seconda delle condizioni.
In quest’ottica, la protezione dell’innovazione deve essere considerata come uno degli elementi che concorrono alla strategia di impresa, e non semplicemente uno strumento che viene utilizzato in modo sporadico. Soprattutto nel caso di imprese interessate al mercato internazionale, è opportuno considerare che spesso disporre di un valido titolo di proprietà intellettuale in quei determinati Paesi è motivo di maggiore considerazione da parte di clienti ed agenti. In quest’ottica, la strategia della proprietà intellettuale rientra tra gli investimenti da considerare, e non tra le spese che si potrebbero (o vorrebbero) evitare.
La strategia, tuttavia, deve essere il più possibile “asettica ed impietosa”: non tutto ciò che si crede meriti protezione effettivamente risulta vincente, e nello stesso tempo non tutto ciò che paia banale lo è effettivamente. Per quanto sia impossibile avere la assoluta certezza dell’esito di una soluzione innovativa (anche qui è il mercato a comandare), è opportuno mantenere lucidità e valutare con somma attenzione il parere dei professionisti cui è opportuno affidarsi, aiutandolo a comprendere al meglio l’innovazione ed il mercato di riferimento.
Perché la strategia di proprietà intellettuale sia vincente è opportuno tenere presente che la assoluta novità della soluzione innovativa è l’elemento spesso fondante (solo per alcune forme di tutela non è richiesta) perché la domanda di protezione sia ammissibile: pertanto, si tratta di un investimento da prevedere prima che “le cose vadano bene”. E’ invece necessario valutare se adottare una strategia di protezione per una soluzione innovativa prima di proporsi al mercato, al fine di non rendere un’eventuale domanda di protezione non valida perché precedentemente divulgata.
Secondario ai benefici di monopolio, ulteriore vantaggio di una oculata strategia di proprietà intellettuale è il valore aggiunto che viene dato al bilancio aziendale dalla presenza di validi titoli di proprietà intellettuale (registrati, e come tali validi per rientrare tra i ben non materiali dell’azienda), consentendo così le operazioni finanziarie, commerciali e bancarie che sono strettamente legate ai beni registrati.

di Stefano Vatti - Partner di Fumero Consulenza Brevetti - www.fumero.eu


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