"L’unità dei cattolici oltre le chat di Whatsapp" - Intervento di Giancarlo Cesana su TEMPI

L’unico elemento “ideale” su cui insiste la gerarchia ecclesiastica, ma non tutta, è l’accoglienza verso i migranti. Il popolo tuttavia diffida di questo richiamo, che ha debolezze evidenti

Riemerge, come un messaggio in bottiglia che viene da una lontananza misteriosa, il tema dell’unità dei cattolici nell’azione sociale e politica. Tutti sembrano scoprirla e volerla: senz’altro i cattolici, ma anche i cosiddetti laici, che, un po’ spaventati dall’andazzo attuale, la auspicano, come fattore di buonsenso e moderazione. Però l’unità non riesce. I cattolici sono d’accordo con i laici nel denunciare la non rilevanza della propria presenza. Sono passati i bei tempi della Dc, forza maggioritaria di governo, e della Cei di Ruini, promotrice di cultura e azione non trascurabili all’interno e oltre i partiti del centrodestra.

Per mettersi insieme è necessario un ideale incarnato in una guida, singola o di gruppo, da seguire. Oggi non c’è il primo e tanto meno la seconda. I cosiddetti princìpi non negoziabili, fulcro dell’impegno sociale di qualche anno fa, sono stati relativizzati dalla sottolineatura del dialogo, che eviti lo scontro per costruire una pacifica società multietnica e multiculturale. Il Congresso delle famiglie di Verona è stato emblematico delle incertezze cattoliche: la partecipazione, rispetto alla precedente manifestazione del Family Day, si è di gran lunga ridotta; i vescovi e lo stesso Papa ne hanno condiviso i contenuti con riserve sul metodo, in questo modo dandolo in pasto alle critiche interne ed esterne. I cattolici, invece che unirsi, si sono divisi seguendo l’opinione corrente, da una parte a favore, quelli di destra, dall’altra quelli di sinistra.


L’unico elemento “ideale”, insistentemente sottolineato dalla gerarchia ecclesiastica, ma non tutta, è l’accoglienza verso i migranti e l’importanza primaria di soccorrere il prossimo, salvando vite obiettivamente in pericolo. Il popolo cattolico è tuttavia diffidente verso questo richiamo, che ha debolezze evidenti. Non solo non si possono accogliere tutti; l’accoglienza indiscriminata favorisce i trafficanti di uomini e l’opacità degli ideali umanitari delle Ong, che sulle disgrazie altrui sembrano campare. Di fatto, il blocco dei porti, riducendo l’attività degli scafisti, ha ridotto le morti in mare. D’altra parte i migranti accolti passivamente non hanno avuto grandi prospettive di migliorare la loro vita randagia e stentata e anche per questo indotta a delinquere. Vero è che il blocco dei porti da solo non basta ad arginare la pressione dei poveri e dei profughi sui nostri confini. È stato giustamente osservato che se fummo impressionati dalla immigrazione degli albanesi, che erano qualche milione, come possiamo pensare di fermare il miliardo di africani che premono alle porte? Ci vorrebbe un’azione concertata dell’Europa, ma non solo gli Stati europei non si dimostrano più sensibili dell’Italia (anzi!); soprattutto i nostri governanti, con un prestigio internazionale sotto le scarpe, non sembrano capaci di promuovere consenso nell’Unione.

Così i cattolici sono divisi e paralizzati tra i fautori tout court dell’accoglienza come fondamentale principio umanitario e quelli che, così acriticamente proclamata, la sentono velleitaria e secondaria rispetto alla difesa della propria identità e cultura. Costoro sono in genere anche i più vivaci sostenitori della famiglia, della libertà di educazione e della possibilità di lavoro e sviluppo, che può realizzarsi solo rispettando i limiti e le regole della società. Come si è visto per il Congresso di Verona, la mentalità dominante sui media rinchiude tale posizione nella destra, addirittura parafascista, opposta alla sinistra in cui stanno i cattolici buoni, che seguono il Papa, che sarebbe notoriamente di sinistra. Così il cerchio si chiude e i cattolici restano irrimediabilmente divisi, almeno in un immaginario collettivo più supposto che reale.

I PIÙ SE NE FREGANO

In realtà i cattolici più che divisi sono confusi e come tali non sanno bene da che parte stanno, magari proprio militando in una parte. L’idea del Papa acriticamente accogliente, anticapitalista e potenzialmente rivoluzionario proviene dal ritaglio sistematico delle sue dichiarazioni effettuato da giornali e tv che lo vogliono dipingere così, approfittando della sua immediatezza e sincera partecipazione al destino dei poveri e degli emarginati. Certamente il Papa proclama che la gente che rischia di annegare in mare e morire di stenti e di guerra va innanzitutto salvata. Ma questo è un richiamo alla carità, non una strategia politica sulla gestione dell’immigrazione. Più volte ha detto che bisogna fare quello che si può e giustamente “tutto” quello che si può. Ma che cosa il nostro paese e gli altri dell’Unione possano effettivamente fare non è ancora riuscito a indicarlo nessun politico, tanto tutti sono impegnati a non fare nulla o il minimo. E lo scaricabarile vale non solo per l’immigrazione; vale anche per le questioni che stanno effettivamente ribaltando la convivenza civile, dalla progressiva cancellazione della famiglia alla teoria del gender nelle sue varie applicazioni, all’eutanasia, allo scientismo che usa l’uomo come se ne fosse il padrone. La politica segue le sentenze più eclatanti della magistratura che a sua volta segue quella che sembra un’opinione corrente che in realtà non c’è. Come diceva il Giusti: «Che i più tirano i meno è verità,/ Posto che sia nei più senno e virtù;/ Ma i meno, caro mio, tirano i più,/ Se i più trattiene inerzia o asinità». I più ci capiscono poco e quindi se ne fregano. Si sfogano, anche se non in maggioranza, nel populismo della Lega, che per quanto becero è sentito come tradizionale buonsenso e quindi argine al dominante principio di irrealtà.C


CHE COSA POSSIAMO FARE?

In questo quadro è lodevole l’impegno di gruppi, di estrazione varia ma per lo più dai partiti e dall’associazionismo cattolico, per studiare e formulare interventi legislativi in difesa delle applicazioni sociali della dottrina della Chiesa. Si tratta di gruppi piccoli, variamente convergenti, con obiettivi che vanno dalla educazione alla politica. C’è chi propone scuole di formazione, chi propone manifestazioni e chi vuole realizzare aggregazioni elettorali e partitiche. Finora queste iniziative hanno avuto un insuccesso pieno, nel senso della incapacità di incidere e modificare le tendenze prevalenti. I motivi sono vari: l’unità tra i gruppi non ha ragioni profonde ed è quindi indebolita dalla sottolineatura delle caratteristiche e delle strategie specifiche di ogni singola realtà. Così, mentre l’impegno per il proprio circolo è diuturno e militante, per l’insieme è volubile e svagato; prevalgono posizioni senz’altro bene intenzionate, ma reattive, incapaci di una proposta originale in grado di far crescere chi la fa e interessare chi l’ascolta. Gli esponenti di questi gruppi parlano fondamentalmente con se stessi, confermandosi a vicenda nelle loro buone intenzioni, come se l’inondazione delle chat di WhatsApp fosse sufficiente a giustificare i loro sforzi. È cinicamente provato che se uno vuole essere eletto deve stare lontano da questi gruppi, che dicono cose impopolari, sentite dai più come praticamente invivibili nella società di oggi. Se si aggiunge che l’autorità ecclesiastica appare altrettanto divisa e smarrita, la situazione non promette affatto bene, non per oggi o domani, ma per anni.


Che possono fare allora i cattolici, per vivere innanzitutto, oltre che per aiutare a vivere?

«Questo mondo moderno non è solamente un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla, ma un mondo incristiano, scristianizzato. Ciò che è precisamente il disastro è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane. C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere ed interpellare la cattiveria dei tempi. Egli taglia corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo»
(Charles Péguy, Veronique).


Noi non siamo grandi come Gesù, ma Lui, diventando uno di noi, ci ha incitato a imitarlo, appunto, facendo il cristianesimo. L’unità tra i cattolici non può essere in funzione di questa o quella opzione politica, ma della Chiesa, cioè del sostegno e della diffusione della novità umana introdotta da Cristo. Questa novità non sta in un’analisi intellettuale, per quanto profonda, ma in un luogo, un ambito in cui la verità si comunica e diffonde come amicizia. «Cristo compagnia di Dio all’uomo», diceva il primo “volantone” di Pasqua di Cl. Dio, la verità, è diventato compagnia, sociologicamente comunità. È attraverso l’esperienza e la crescita di questa comunità che si realizza l’unità tra i cattolici e anche l’unità dei cattolici con coloro che sono attratti da una possibilità di vita e società più conforme a quello che desiderano. Una unità che viene prima, d’impeto, come adesione al vero per cui si è fatti, e non dopo, alla fine delle discussioni sulle strategie, che saranno sempre l’espressione di una approssimazione correggibile.


UN CAMMINO DI GIUDIZIO

Non ci si divide sui tentativi di andare verso la verità, ma sulla verità che non è riconosciuta come destino comune, come senso condiviso della vita. L’unità tra i cattolici, nella sua concreta realizzazione, non è mai stata vissuta come blocco granitico e ideologicamente compatto, ma come riconoscimento di un ultimo e decisivo riferimento dell’impegno e del giudizio a riguardo di ciò che è bene o male, vero o falso, bello o brutto, giusto o ingiusto. Questa esperienza, al di là di tradimenti, riduzioni e incomprensioni, è stata la Dc, che ha letteralmente salvato il benessere del nostro popolo, con il suo legame profondo e non scontato con la Chiesa. Non si tratta di rifare la Dc, o coltivare nostalgie impossibili e quindi inutili. Si tratta di ripercorrere un cammino di giudizio cristiano su di sé, la società e la realtà, decidendo all’interno di una appartenenza, una unità costitutiva e generativa, che proprio perché è tale non ha paura di aprirsi o, se necessario, combattere. Poi sarà quel che sarà in proporzione alla nostra virtù e secondo la volontà di Dio, in un mondo che per fortuna non dipende solo da noi.