Uno spunto di riflessione su impiego e crescita

Un interessante articolo di Daniele Manca sul Corriere della Sera

Ogni volta che si guarda oltre i confini di questa Italia del «sì alla Tav», del «no alla Tav», quasi fossimo un Paese che si può permettere di mettere in discussione finanziamenti e investimenti in infrastrutture, si viene accusati di voler buttare la palla in tribuna.

La risposta classica è che si deve prima rispondere al disagio, alle ampie sacche di povertà. Che, per carità, esistono e vanno eliminate. L’errore è però sempre lo stesso: dare risposte nell’immediato, utili e doverose, senza però assicurarsi l’unica modalità che può rendere sostenibile qualsiasi forma di assistenza: la crescita.

Nessuno sembra preoccuparsene. La prova? Il reddito di cittadinanza. Già l’idea di mettere assieme forme di assistenza e politiche attive del lavoro, è una strategia sbagliata e difficile da attuare. Un conto è riuscire a fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, un altro è fornire assistenza a chi non riesce ad avere entrate sufficienti per una vita dignitosa.

Inoltre sono stati messi troppi paletti alle imprese che vogliono assumere usando questo strumento e gli incentivi previsti. Un’impostazione che dimostra carenza di conoscenza e pregiudizi nei confronti delle aziende. Basti pensare al requisito degli 858 euro minimi per definire un’offerta di lavoro congrua. Una soglia che esclude tutti i lavori part time e stagionali. Un esempio di scarsa lungimiranza.

Ma, osservando quelle 600 aziende Campioni d’Italia, selezionate da «L’Economia» e «Italypost», che in questi ultimi anni di crisi hanno continuato a crescere, a fare utili, ad assumere, ci si chiede se il nostro difetto non stia proprio nella mancanza di considerazione che diamo alle imprese.

Eppure già sul finire del secolo scorso erano presenti valori che portarono Luciano Lama nel 1986 a parlare di «patto tra produttori». Allora si mise al centro l’impresa con il suo essere comunità di individui, di pensiero, motore di sviluppo, di occupazione e benessere. Oltre trent’anni dopo, siamo invece a confrontarci con una politica che ha fatto del consenso, invece che del bene comune, la sua principale ragion d’essere.


di Daniele Manca