Scholz: un'Europa per i Giovani

Il Parlamento Europeo che verrà eletto il 26 maggio dovrà, insieme alle altre istituzioni europee, affrontare problemi che si impongono con grande urgenza e immensa complessità, e che richiedono importanti decisioni che incideranno profondamente sul futuro del nostro continente e dell’Unione stessa: i flussi migratori e l’integrazione dei rifugiati; la competitività globale delle economie europee; la sostenibilità del welfare e il calo demografico; le urgenze ecologiche; la trasformazione digitale e le biotecnologie; l’equilibro delle finanze pubbliche e l’esposizione dei debiti sovrani sui mercati finanziari; la sicurezza dei cittadini; una politica e una difesa comune in un mondo multipolare, imprevedibile e instabile. Sono tutti problemi che riguardano le condizioni di libertà e di benessere dei popoli europei, che chiamano, soprattutto, in causa la visione di uomo da cui si vuole partire.



Molti cittadini europei temono che il loro standard di vita rischi di non essere sufficientemente tutelato o di non avere prospettive di crescita, vedono l’immigrazione come una minaccia e le nuove tecnologie come un pericolo; fanno fatica a comprendere le dinamiche economiche e sociali del mondo globalizzato in cui l’occidente non è più l’unico leader indiscusso. Ma, soprattutto, tanti cittadini europei vivono una crescente solitudine esistenziale che si manifesta in paure e risentimenti che trovano il loro sfogo sia nelle piazze sia, più facilmente, nell’ambito politico, spesso sovraccaricato di aspettative salvifiche. Questo vale nei confronti della politica in generale e nei confronti dell’Unione Euopea in modo particolare, ormai ritenuta in tante occasioni non solo come incapace di risolvere i problemi, ma di esserne addirittura la causa.



Bisogna, allora, porre alcune domande: è realistico pensare che i singoli Paesi possano tornare a crescere e prosperare al di fuori dell’Unione, affermarsi economicamente e politicamente da soli negli scenari globali con nuovi poteri emergenti? È proprio sicuro che i problemi dell’integrazione dei rifugiati si possano risolvere meglio a livello nazionale? Quanto una mentalità di isolamento autoreferenziale può favorire uno sviluppo pienamente umano e sociale?

Tutto è riformabile, tanto più le istituzioni europee, che non sempre sono sfuggite al rischio di impostare gli strumenti regolatori come un fine e non come un mezzo. Ma che le grandi sfide epocali siano affrontabili meglio al di fuori, o indipendentemente, dall’Unione è una questione molto seria che non permette scorciatoie.



Sperare che ci siano soluzioni senza ombre e senza compromessi di fronte alla complessità del mondo in cui viviamo risulta irrealistico, se non ingenuo. Soprattutto una unione fra 28 o 27 Stati non può essere affrontata con una mentalità massimalista. In questi casi il meglio diventa velocemente nemico del bene. Non esisterà mai un sistema politico ed economico perfetto, ma esisteranno sempre sistemi nocivi o sistemi migliorabili e questo vale anche per l’Unione.



L’idea che ognuno possa stare meglio ritirandosi nei confini della propria nazione nasce spesso non da riflessioni su fatti e dati, ma da un’insicurezza che vede nel rifugio sotto la protezione unica del proprio Stato una maggiore tutela. È su questa insicurezza e su queste paure che si innestano le più o meno accentuate forme di nazionalismo o regionalismo, anche a costo di relativizzare la democrazia e lo stato di diritto. Ma proprio la cultura che ha generato e reso unica l’Europa rifiuta una tale riduzione e identificazione esclusiva. Il patriottismo è altro dal nazionalismo perchè comprende che il bene della propria patria dipende dalla sua capacità di creare relazioni positive con altre nazioni, anche se questo può implicare inevitabili compromessi. Un’appartenenza è tanto più autentica quanto più sa attingere a fonti che portano linfa vitale alla propria crescita, nel confronto e nella condivisione. Proprio la storia dell’Europa insegna che ogni identità vera si arricchisce nell’incontro, non lo teme, ma lo cerca. Una identità chiusa in sé non è un’identità, ma un suo surrogato.


È difficile immaginare che un ulteriore indebolimento della già troppo debole voce dell’Unione nella politica internazionale possa giovare ai singoli Paesi aderenti: nella nuova multipolarità di poteri politici ed economici emergenti, l’Unione è l’unica salvaguardia per le nazioni europee di non diventare del tutto marginali nell’identificare nuove direttrici culturali, politiche ed economiche del futuro. Nonostante le innegabili difficoltà, infatti, l’Unione ha contribuito ad un benessere come mai prima d'ora in questo continente, creando così anche condizioni favorevoli per validi sistemi educativi e formativi nelle singole nazioni. Potrà contribuirvi anche in futuro se si instaurerà un dialogo che parta da un’ipotesi di costruzione comune e non da una diffidenza reciproca e sistematica.



Il principio di sussidiarietà e l’autodeterminazione dei popoli devono rimanere punti cardini dell’Unione. Per questo ha senso che i temi legati alla cultura, all’istruzione, all’educazione, alla gioventù continuino a rimanere, come previsto dai trattati europei, competenza esclusiva degli Stati membri. Le competenze attribuite all’Unione sono, invece, o “esclusive”, come il commercio estero, il diritto di concorrenza, la politica monetaria, o “miste”, come la difesa, la sicurezza, l’energia, la mobilità, l’agricoltura, la tutela dei consumatori, la ricerca, la mobilità, le politiche sociali, la tutela dell’ambiente.

Questa ditribuzione delle competenze è un ulteriore richiamo al fatto che la cultura europea, nella quale risiede il senso dell’Unione stessa, è prima di tutto affidata ai popoli che la compongono o, meglio ancora, ai suoi cittadini. Sarebbe del tutto illusorio pensare che la cura della cultura, che sta alla base della vita civile e politica, possa essere solo un compito delle istituzioni statali nazionali o europee. Stati liberi e un’Unione di Stati liberi possono favorire o ostacolare un certo tipo di cultura, ma non la possono generare. Senza una società civile che si assuma con una idealità vera le proprie responsabilità, nessun governo, neanche il più illuminato potrà mai raggiungere obiettivi soddisfacenti. In buona parte, il futuro dell’Europa non dipende tanto dalle istituzioni politiche, ma prima di tutto dalla consapevolezza vissuta che abbiamo noi europei di essere europei.



Pace, diritti umani, stato di diritto, democrazia rappresentativa, economia sociale di mercato, un welfare universalistico – queste sono alcune delle caratteristiche fondamentali che uniscono ancora oggi i Paesi dell’Unione. Una comparazione globale rende evidente che si tratta di un insieme di conquiste culturali e politiche uniche al mondo e niente affatto scontate. Considerando la grande diversità tra le singole nazioni e le tante avversità storiche fra loro, si tratta di un successo storico senza paragoni. Con il percorso che ha portato alla nascita dell’attuale Unione, sulle diversità è prevalso – anche politicamente – ciò che ha culturalmente unito questo continente: una civiltà nata dall’esperienza giudaico-cristiana che ha saputo raccogliere l’eredità del pensiero greco, integrandola con il diritto romano e accogliendo elementi significativi di altre tradizioni storiche e popolari; una civiltà che si è affermata attraversando tanti conflitti e crisi, facendo instancabilmente emergere il suo anelito alla salvaguardia della dignità della persona come unica, libera, creativa e responsabile.



Il futuro della nostra civiltà dipende infatti da persone che vivono con questa dignità, coscienti che proprio in essa consiste il legame profondo fra il bene della persona e il bene comune. Per questa ragione bisogna promuovere i corpi intermedi nella loro vocazione a sostenere, attraverso relazioni stabili e solidali, l’iniziativa libera e responsabile della persona. Nel superamento dell’individualismo e della solitudine le società civili del nostro continente devono tornare ad essere luoghi di una socialità viva, creativa e accogliente.



In questo senso, una particolare attenzione dev’essere rivolta ai giovani. Nella sua scommessa, il programma Erasmus è stato sicuramente una delle inziative più significative e simboliche promosse dall’Europa, che ha permesso a tanti studenti e, negli ultimi anni, anche ad apprendisti e giovani ricercatori, di valorizzare, attraverso la propria esperienza, la vita e la cultura di altre nazioni. In una recente indagine demoscopica è emerso che i giovani hanno molta più fiducia nell’Unione rispetto alle generazioni più avanzate. Non priviamoli di una condizione politica, economica e culturale che ritengono favorevole per costruire la loro vita. Potrebbe essere un’opportunità per tutti di dare fiducia, anzitutto a loro.